L'essere amato
El ser querido (Rodrigo Sorogoyen) 2026 - Una parabola sui rapporti individuali e collettivi nella contemporaneità e le loro contraddizioni.
Qualcuno pensando di aver più di una ragione, dirà: "ma chi se ne frega di un altro film di rapporti irrisolti padre-figlia! Questi drammi borghesi che non affondano nella realtà.. la solita solfa!"
E potrebbe avere anche ragione non ci fossero di mezzo Rodrigo Sorogoyen alla regia e due interpreti incredibili come Javier Bardem e la sorprendente Victoria Luengo.
Sorogoyen
Sorogoyen e' probabilmente il regista contemporaneo che riesce a gestire meglio di tutti l'intimità e gli spazi stretti sia fisici che psicologici, lo dimostrano i lungometraggi precedenti (e anche la serie Dieci Capodanni Los años nuevos) che vivevano anch'essi di confronti e relazioni individuali.
Che fossero praticamente confinati nello spazio di un appartamento (Stockholm) o nell’illusione di una madre che ritrova un figlio perduto (Madre).
Luoghi e spazi angusti nei quali i sentimenti vengono compressi ancora di più. In questo film presentato a Cannes 2026 abbiamo di nuovo questo tipo di confronto e di dinamica.
Basti pensare alla scena di apertura, più di 20 minuti, un intero piano-sequenza girato al tavolo di un ristorante durante l'incontro tra padre e figlia che non si vedono da più di 13 anni, nel quale lentamente, nelle crepe dei classici convenevoli: "stai bene", "si sto bene", si intravedono le ferite di qualcosa che non si può ricucire.
E già la reiterazione continua durante il film della domanda: "stai bene?" da la misura di quanto si debba stare in superficie per non addentrarsi in luoghi sconosciuti e insicuri.

Javier Bardem e Victoria Luengo
Un Bardem assolutamente monumentale (il lavoro sui gesti e le espressioni è misuratissimo eppure espressivo, assolutamente incredibile) interpreta questo padre assente che guardacaso è anche un regista affermato.
Anche qui si dirà "la solita fuffa metacinematografica". Ma invece no: (vedere qui). Il regista è un affabulatore e un cantastorie di professione ma quando la figlia lo mette a nudo davanti a quello che LEI si ricorda (uno sgradevole episodio del passato), lui si irrigidisce, il sorriso si congela in una smorfia e comincia a difendersi raccontando tutta un'altra storia insinuando cioè che quei ricordi siano implicitamente il racconto malevolo della madre, impersonando subito i panni della vittima.

E' una scena magnifica e perfetta, dove tutto questo emerge lentamente in modo naturale, mentre la tensione sale; tutto giostrato in punta di fioretto con la regia che asseconda con campi e controcampi sempre più stretti, strettissimi, quasi soffocanti e tagli sui particolari dei volti, sulle espressioni di entrambi (e qui i complimenti a Victoria Luengo vanno fatti come a Bardem; questa ragazza sfoggia una sicurezza e una prova assolutamente maiuscole).
Anche il lavoro di Sorogoyen per assecondare gli attori è perfetto: Bardem passa da padre interessato a sottile ed abile manipolatore della figlia che egli vorrebbe incasellare in un quadretto edificante che intende perseguire per ricondurre la figlia a considerarlo di nuovo parte della sua vita.
La storia
E' solo in apparenza semplice: Esteban (Bardem), il protagonista vuole "aiutare" la figlia (che fa la barista dopo qualche piccolo ruolo di attrice) e quindi gli vuole affidare il ruolo di protagonista nel suo prossimo film, in una produzione importante.
Anche questo è un momento cruciale: Esteban vuole davvero aiutare la figlia Emilia disinteressatamente?
Vuole certo riallacciare i rapporti con la figlia ma come? A quali condizioni?
Vedremo che Esteban pretende e vuole un rapporto professionale sul set, ma anche un amore filiale che si dovrebbe stendere come una tabula rasa che copra il dolore personale mai superato dovuto all'abbandono. La storia segue i due protgonisti lungo la lavorazione del film di Esteban.
I Sahrawi
Il film che sta girando Esteban infatti si svolge nel periodo di dominazione spagnola nel sahara occidentale e in un periodo ben preciso, gli anni 30.
Un periodo nel quale il popolo sahrawi aveva cominciato a reclamare la propria indipendenza e che poi successivamente quando la Spagna si ritirerà, si ritroverà schiacciato dall'invasione militare del Marocco (la faccio breve anche se è una storia ovviamente complessa).
La scelta di utilizzare il popolo Sahrawi è una scelta importante anche politica: non può essere un caso.
La questione Sahrawi è stata infatti per anni uno dei cavalli di battaglia dei movimenti occidentali, in chiave anticolonialista per una serie di ragioni che vanno oltre questo articolo.
Ecco che un dramma umano individuale (quello della figlia) corre accanto a un dramma collettivo (i Sahrawi), anche se tenuto sempre a debita distanza per non farne una tesi esplicita.

La figura di Esteban
in più momenti si può identificare con il padre-padrone, con il regista dispotico ma anche con la Spagna coloniale che prima domina/possiede e poi abbandona al proprio destino popolazioni e territori.
Questa contraddizione emergerà potente sopratutto nella fantastica scena della ripresa della scena di gruppo a tavola.
Ma anche quando Esteban vorrebbe impartire una lezione morale e paternalistica alla figlia sull'abuso di alcool.
Forzatamente infatti Esteban la chiama dopo il lavoro, vuole farla partecipare a cene con gli attori (a cui lei non partecipa preferendo la compagnia del gruppo delle maestranze) o addirittura presentagli la famiglia attuale, davanti alla quale si presenta un po brilla mostrando la sua fragilità.

Il significato del film nel film
La confezione metanarrativa è il perfetto set nel quale il regista/padre/stato esercita il suo dominio assoluto di narratore e non c'e' migliore esempio per descrivere il senso autoassolutorio di essere padre (o nazione) senza dover affrontare la colpa e la responsabilità di un abbandono.
Il racconto sul metacinema ha la funzione di incarnare la metafora perfetta di chi inganna l'occhio altrui e anche se stesso reinventando la realtà.
Si perchè un regista è un raccontaballe di professione, un incantatore di serpenti, un mentitore per eccellenza e sopratutto qualcuno che si reinventa continuamente costruendosi sempre una nuova verginità. Così si fa coi fatti storici e con quello che avviene su di noi.
Gli attori e la scena madre
Il lavoro sugli (e degli attori) è realmente straordinario. Bardem riesce con una recitazione naturale e mai forzata a mettere tutte queste sfumature nel suo personaggio. La Luengo anch'essa transita in tutti questi turbinii, questi stati d'animo che vanno dal voler appianare e riallacciare il rapporto col padre, al ribellarsi ai suoi modi e al suo racconto autoassolutorio ma con il ricatto di dover comunque essere professionale sul lavoro.
Tutta una serie di stati d'animo che passano sulla sua esile figura, sul suo volto, sul suo corpo, anzi proprio attraverso di esso.
Quando Esteban gli impone di mangiare durante la scena incriminata (che condurra' molti lavoratori a lasciare il lavoro) c'e' un momento nel quale gli ordina perentoriamente:
"prendi il cucchiaio PER BENE, non come una bambina... MANGIA... MASTICA... INGOIA... "

Il dominio paternalistico
E tutto si confonde: è il padre o e' il regista, o sotto sotto un po anche la Spagna?
Sono ovviamente un po tutte queste cose.
Tutti questi elementi vogliono prendersi il ruolo di dominus (che è la visione che abbiamo sempre avuto nel cinema occidentale del regista come deus ex-machina e dominatore assoluto della scena, degli attori e del set).
Visione qui messa in crisi, dato che Sorogoyen la sovrappone al ruolo del padre e qui noi "civilizzati" il padre-padrone (a differenza dell'idea del regista autoriale e dominatore), lo rigettiamo, così come da bravi occidentali rifiutiamo il ruolo dello stato dominatore e coloniale, guardacaso senza voler però voler mai fare i conti con quel passato.
Riassumendo il sottomesso non solo è tale ma deve anche essere contento di esserlo, deve intimamente volerlo, non basta la finzione ("mangia come se tu volessi davvero farlo, non per finta" ordina Esteban e Emilia)
Paternalisticamente ti offro il mio aiuto, ma alle mie condizioni, fai come dico io e sopratutto amami, devi amarmi.
Il dominio, il possesso devono essere introiettati.
Ecco servita la contraddizione su un piatto d'argento.

L'abbandono
Un altro momento veramente esemplare e cruciale dopo questa scenata di Esteban durante la ripresa del pranzo, è quando il regista verrà abbandonato da buona parte delle maestranze e in un confronto con la sua direttrice della fotografia (chiede udienza in camera sua) metterà in atto tutto quel repertorio passivo/aggressivo di espedienti per evitare il fallimento del film (e quindi rimetterci la faccia), che vanno dal ricatto morale (stai lasciando a piedi altre 70 persone), alle scuse (non è stato il mio miglior giorno), le giustificazioni (ma tutti i set sono così!), passando per le -false- promesse (prometto non succederà più), fino alle minacce (manchi di responsabilità, di rispetto, non posso permetterlo!), per finire con le lusinghe e il vittimismo (mi stai abbandonando).
Quanti narcisisti patologici mettono in scena proprio tutto questo repertorio?
Quanti abbandoni sono dovuti transitare attraverso questa via crucis ricattatoria con esiti a volte positivi a volte tragici?
Sorogoyen ce lo dice attraverso questa piccola scena che vede il confronto tra lui e la direttrice della fotografia nel quale la sua figura incombe e sembra sopraffarla. Confronto nel quale la fisicità e i dialoghi raccontano molto di più di quello che appare superficialmente.
Alla fine lei gli chiede addirittura insistentemente di uscire dalla stanza per proseguire la discussione fuori dove ci sono anche gli altri.
Ovviamente anche questo confronto non esplode, rimane però a monito di una personalità debordante che davanti a un confronto dialettico diventa padronale e fortemente narcisista, mentre poi rientra in canoni socialmente piú gradevoli e accettabili, sopratutto in contesti collettivi e di relax.
El ser querido
"El ser querido" (l''essere amato, o anche "colui che vuole essere amato" ) è un titolo che dice già tutto, e parla di questi temi sempre in punta di piedi senza mai accusare, senza mai diventare esplicito, senza mai costruire una tesi, senza mai partire da una storia di violenza esemplare o paradigmatica da prendere a simbolo ed esempio, ma lo dice raccontando la NORMALITA' dei rapporti interpersonali, degli squilibri disfunzionali, dei conflitti irrisolti, delle tensioni che passano e scorrono attaverso episodi normali di vita.
Ed è questo lascito che rende il film non archiviabile al solito filmetto relativo ai problemi padre/figlia.
Si rende cioè evidente questo squilibrio e questa contraddizione attraverso il rapporto tra Esteban ed Emilia.
Utilizzando in modo fecondo anche il discorso metacinematografico.
Insomma, il film vince e convince proprio laddove i rapporti di forza e le pressioni manipolatorie si vedono in azione nella prassi e non vengono solo denunciate a tesi come in film esplicitamente assertivi.
Se proprio devo trovare un difetto al film è quello di utilizzare le tecniche di ripresa piu disparate (formati, colore, bianco e nero) a sottolineare gli stati d'animo dei protagonisti nei momenti più statici nel film: è una scelta funzionale ma un po didascalica se vogliamo, che comunque non scalfisce la messa in scena complessiva che è rigorosissima.

L'epilogo
Alla fine comunque il film non è cupo, si apre alla speranza.
Tra padre e figlia c'e' un momento sotto la tenda mentre fuori imperversa un forte vento del deserto, nel quale finalmente Esteban riconosce le sue responsabilità, il male e il dolore inflitto dall'abbandono.
Il dialogo comincia di nuovo con "come stai?" ... "Sto bene".
Dividono un panino, poi lei gli chiede conto, se ha o meno realizzato quello che ha sofferto. Lui tenta nuovamente un diversivo, una ennesima scusa, ma lei lo inchioda, gli dice: "rispondimi, semplicemente, senza ricostruzioni o storie, rispondimi per favore".
Lui finalmente finalmente guarda la figlia negli occhi e gli dice solo:
"Si". "Si, mi rendo conto del male che ti ho fatto".
E in quel momento cade la maschera, la stessa maschera che durante la lavorazione del film voleva che lei non indossasse, per essere più vera, naturale, reale.
Stavolta sono il regista, padre, la figura pubblica a gettare la maschera.
Alla fine a Emilia e a tutti gli abbandonati basterebbe come primo passo anche solo questo riconoscimento, stante che in ogni caso non c'e' perdono né riconciliazione.
Ma serve il riconoscimento della sofferenza, la presa in carico di una responsabilità morale, individuale e collettiva.
I due si separano e torneranno alle loro vite, un po come nella meta-finzione del film Emilia si allontana dal protagonista maschile nella scena finale.
Titoli di coda.
Un altro tassello, un altro piccolo grande film di Rodrigo Sorogoyen.
